DEAD PETS:
A PUNK ROCK LIFE SIM
I don’t want to grow up
“Allora, lascia che ti racconti di George, e di ciò che mi è stato detto sulla sua morte”. Sono queste le parole di uno degli sviluppatori di Welcome to Elk, ripreso in bianco e nero, in uno spezzone inserito all’interno del coloratissimo trailer del videogioco di Triple Topping. Welcome to Elk uscì nel settembre 2020, in piena pandemia. “Storie vere raccontate da persone vere”, recita la primissima frase della sua descrizione del gioco su Steam. Per me fu un ottovolante emotivo indimenticabile. Sì, la storia della morte di George è di quelle che ti rimangono impresse. Così come la ricostruzione delle presunte fattezze dei genitori di un tizio su dei palloncini rosa, usando dei ritagli di giornale. L’avventura di Frigg, apprendista carpentiera appena arrivata su una piccola isola, ha segnato uno spartiacque nel mio interesse verso lo sviluppo indipendente insieme a un altro videogioco che venne completato nello stesso anno, dopo una lunga serie di uscite a episodi: Kentucky Route Zero. Entrambi i titoli utilizzano elementi di realismo magico per sposare un punto di vista obliquo e mai consolatorio sulle traversie e le bellezze della vita vera. L’essenza di ciò che, per me, è il nucleo più prezioso di ciò che considero indie – non soltanto nei videogiochi.
Capirete bene, dunque, che attendevo con non poca ansia il ritorno di Triple Topping con questo Dead Pets: A Punk Rock Slice of Life Sim. Il titolo non si presenta semplice e conciso come quello di Welcome to Elk, va detto, ma per il resto i punti di contatto con la clamorosa produzione del medesimo studio sono tanti. Qui ci troviamo a New Void City, una New York di fantasia che prende spunto dalle atmosfere degli anni Novanta e Duemila per raccontare una storia con protagonisti dei demoni umanoidi con problemi tutti nostri. La protagonista Gordy ha appena compiuto trent’anni, e con questo giro di boa arrivano in processione una lunga serie di problemi e questioni che sembrano dover venire al pettine: il lavoro, il tempo (sempre meno) da impiegare nel tentativo di far sfondare la sua band punk rock, i Dead Pets, e poi ancora il tempo (sempre più) da spendere ascoltando i genitori che le chiedono quando metterà la testa a posto e farà dei figli, le visite dal ginecologo e dal dentista, amici vecchi e nuovi che entrano ed escono dalla sua vita, e insomma, tutto quello che si agita nelle teste piene ed esaurite dei trentenni d’oggi.
Altro che fantasia, quindi. Dietro i colori vivaci e lo stile da cartoon indipendente di Dead Pets batte un cuore estremamente concreto. L’ansia di Gordy – l’ansia di tutti noi Millennials – viene espressa in maniera brillante tramite le meccaniche di gioco, un’avventura slice-of-life con elementi rhythm game (molto ben contestualizzati: la protagonista è una bassista) che ci fa vivere la vita di Gordy giorno per giorno, momento per momento. Sulla mappa di gioco possiamo muoverci nelle location da visitare in ciascuna giornata – il diner dove Gordy lavora come cameriera; lo studio di registrazione; la casa di famiglia – per vivere situazioni sempre diverse che si accompagnano a dialoghi e a un incedere narrativo sempre brillantemente integrato con il gameplay. In un particolare momento dell’avventura, la protagonista è particolarmente in ansia a causa dell’orologio biologico che inizia a ticchettare: lei non vuole avere figli, ma sembra che tutti coloro che le stanno intorno vogliano ricordarle che è donna, e che dovrebbe pensare al futuro (a partire dall’invadente ginecologo). Ecco che, nella sua testa, i clienti nel diner non ordinano più hamburger, ma biberon, e il locale si riempie delle urla incessanti dei bambini, presenza costante nella mente di Gordy.
Se chiedete a me, è un momento proprio da incubo.
Quello legato al diner è soltanto uno dei tanti minigiochi di Dead Pets. Una scelta simile era stata fatta dagli sviluppatori per Welcome to Elk: chi l’ha giocato ricorderà sicuramente il minigioco legato alle bevute di birra, o alle sessioni di canto in compagnia nell’unico locale dell’isola. Triple Topping non vuole cullare i videogiocatori nell’illusione di poter controllare tutto all’interno di uno spazio videoludico che si trasforma in spazio di soddisfazione virtuale: al contrario, desiderano esprimere l’ansia e il disagio della protagonista, regalando a chi gioca una catarsi delle proprie ansie e preoccupazioni. Non mi sono mai sentita frustrata dai miei pessimi risultati nel gestire il caos di ordini, cibo da portare ai tavoli e conti da far pagare nel diner. Al contrario, ho preso consapevolezza una volta in più di quanto le nostre vite siano complicate, e di quanto l’escapismo videoludico presenti ben più di un’insidia, quando non problematizzato e inquadrato in un contesto più ampio. Tanta e tale è la sensibilità degli sviluppatori di Triple Topping, e per questo renderò loro sempre merito, anche se la loro filosofia rischia di non essere capita dal grande pubblico. Ma qui mi rispondo da sola: il team non cerca il grande pubblico. Cerca il suo pubblico. Un’audience attenta, che non si spaventa alla lettura dell’aggettivo “femminista” nella descrizione del loro gioco su Steam. O che non reagisce con ribrezzo a un minigioco dedicato alla gestione delle ovaie della protagonista. Il tutto – ribadisco – sempre inserito in una cornice più ampia, a formare un quadro coerente e pieno di sfaccettature e sfumature.
Nello spazio di circa sei ore, Dead Pets racconta anche la storia di una band, i Dead Pets, appunto, e delle loro traversie nella gestione del loro percorso musicale e umano. C’è anche un EP intero, le cui canzoni vanno suonate più e più volte durante le prove del gruppo e nei concerti. Quindici pezzi in tutto, inclusi omaggi ad altri titoli pubblicati dallo stesso publisher di Dead Pets, il sempre ottimo Akupara Games: Star Vikings (tratto dalle musiche di Star Vikings Forever), Rumble Underground (dedicato a Cryptmaster) e soprattutto Riot Girls (tratto dalla colonna sonora del clamoroso Mutazione, scritta da Alessandro Coronas). Non manca una modalità Jukebox in cui potersi cimentare esclusivamente con le canzoni, lasciando da parte la modalità storia. I livelli di difficoltà per le sezioni musicali sono tre, e la particolarità è che si gioca utilizzando soltanto due tasti: se usate un controller – consigliato per l’esperienza – bisognerà premere il tasto A e la levetta analogica verso l’alto. È tutto molto intuitivo, dato che bisogna colpire a tempo delle sfere colorate che arrivano ad altezza Gordy o sopra la sua testa. Ci si abitua subito: è semplice, è efficace, e qui dentro c’è tanta, tantissima ottima musica, in Dead Pets, anche se manca la ricchezza strabordante del recente Rift of the NecroDancer quanto a numero di pezzi disponibili.
Qualche segnalazione di carattere tecnico. Al momento in cui scrivo – e cioè prima dell’uscita del gioco su Steam – i testi di Dead Pets sono disponibili soltanto in inglese e in spagnolo. C’è molto da leggere, quindi occhio se non siete pratici con una di queste due lingue. Per le appassionate e gli appassionati di Steam Deck, segnalo che la mia esperienza con il PC portatile di Valve è stata impeccabile, anche se Dead Pets non è ancora stato decorato con il bollino verde di Steam. A livello grafico e tecnico, tutto risulta ottimizzato in maniera impeccabile, e ho potuto godermi l’avventura di Gordy senza pensieri.
Dead Pets: A Punk Rock Slice of Life Sim tratta anche temi duri, proprio come il precedente Welcome to Elk. Lo fa con un livello di scrittura e di tatto sempre elevati, e su questo non avevo dubbi, conoscendo lo storico del team. Un passaggio cruciale, in particolare, ha ramificazioni durevoli sulla vita di Gordy, della sua band e dei demoni a lei vicini, ma può essere saltato – a discrezione del giocatore – grazie a un apposito trigger warning che compare nel momento opportuno. Data la durezza del tema, ho condiviso la scelta di Triple Topping di avvertire il giocatore in maniera specifica a riguardo. Per il resto, si può far riferimento a un’ampia descrizione dei contenuti sensibili sulla pagina Steam del gioco. Dead Pets riesce a parlare di tutto e di più in maniera mai scontata e banale, e a farlo intrattenendo l’utente grazie alle sue meccaniche, sempre espressione di un disegno più ampio, coeso, ben orchestrato. Resto innamorata perdutamente del freddo polare di Elk e dei suoi bizzarri abitanti, ma anche gli abitanti di New Void City sono riusciti a far breccia nel mio cuore. A colpi di punk rock e di mille e più gesti scorretti di una ragazza che non ne vuole proprio sapere di crescere.
Siamo tutte e tutti un po’ Gordy, sì.
Ed è bene ricordarsene, ogni tanto.
Pubblicato il: 07/02/2026
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